Benjamin, uno strano tipo di flâneur

la capacità di praticare il ‘saggismo’ non solo come uno stile di scrittura e una forma di pensiero ma come uno stile di vita.

tratto da un articolo di Roberto Gilodi
Doppiozero, 18 gennaio 2016

Foto: Pierrot Le Chat.

Da quando Adorno e Scholem iniziarono, dopo la fine della seconda guerra mondiale, a pubblicare le sue opere, emerse una quantità impressionante di studi, ricerche, testimonianze e ricostruzioni esistenziali. Scritture di tutti i tipi: indagini micrologiche, virtuosismi filologici, ossessioni archivistiche e fantasiose ricostruzioni narrative[1].
Il perché di questo inesausto accanimento biografico sta forse in una singolare caratteristica che Benjamin condivideva con altri intellettuali degli anni di Weimar, ma che in lui ebbe una declinazione particolarmente accentuata: la capacità di praticare il ‘saggismo’ non solo come uno stile di scrittura e una forma di pensiero ma come uno stile di vita.
L’icona ideale che corrisponde a questa sintesi di pensiero e modo di vivere è il flâneur, colui che si sottrae alla razionalità strumentale – quella delle azioni finalizzate, del camminare verso una meta – per lasciarsi sorprendere dalla verità che si cela nella banalità del dettaglio: la sua apparente passività è la condizione che gli permette di vedere ciò che la massa in movimento non vede e non può vedere perché impedita dagli automatismi percettivi imposti dall’ordine sociale al quale è sottomessa. Il flâneur, e Benjamin si è identificato con esso fin dagli anni giovanili, è infatti colui che si sottrae alla tirannia del funzionale per osservare il mondo con la gratuità dell’esegeta a cui interessa scoprire la verità anziché perseguire un beneficio immediato.

Ma non solo. Il flâneur è anche chi scopre gli indizi che rivelano il senso di un’epoca e la direzione del tempo storico. Tuttavia, a differenza dei canoni interpretativi che guidano il discorso culturale ufficiale, non li cerca negli oggetti monumentali che marcano l’immagine di una città e di una nazione ma nelle presenze minime del quotidiano, negli oggetti di uso comune o desueti, nelle insegne pubblicitarie, nei rifiuti delle grandi metropoli, nelle vite emarginate, nei “detriti” della storia.
Il flâneur è colui che sovverte le assiologie tradizionali e le divisioni correnti tra l’alto e il basso, tra ciò che è culturalmente nobile e ciò che si presenta come dozzinale, tra la vera arte e l’espressione popolare.

C’è poi una ragione più evidente che spiega la curiositas biografica di molti interpreti della sua vita. Benjamin non è un filosofo dedito alla ricerca dentro un quadro di certezze esistenziali acquisite: l’insegnamento universitario, la moglie devota, i riconoscimenti accademici e scientifici, la casa borghese, le ferie con la famiglia, gli allievi, le celebrazioni, i roboanti genetliaci.
La sua vita, per ragioni non sempre dipendenti dalla sua volontà, non ha avuto l’andamento prevedibile di tante biografie novecentesche, soprattutto accademiche, passate attraverso le guerre mondiali ma stranamente intonse, non toccate dagli urti della storia, dalle sue rovine, dalla fine delle amicizie, dalle morti precoci.

Benjamin, al contrario, la storia e le correnti ad alta tensione del suo tempo le ha attraversate, alternando stati di incontenibile eccitazione a momenti di atroce scoramento e delusione fino alla solitudine produttiva e angosciata dei suoi ultimi anni dell’esilio parigino e alla tragica fine a Port Bou. Di questa contaminazione dolorosa con il suo tempo Benjamin ha portato tutto il peso, la sofferenza della precarietà, la frustrazione dei mancati riconoscimenti, la vera e propria indigenza nell’esilio. Ma nello stesso tempo la relazione traumatica con la storia europea, soprattutto dopo la vittoria dei nazionalsocialisti in Germania nel 1933, gli ha consentito, per usare un’immagine che gli era cara, di uscire dal sogno per risvegliarsi alla piena cognizione del presente e intuirne gli orrori imminenti.


La notte del 25 settembre, Benjamin scrive un’ultima lettera indirizzata ad Adorno: «In una situazione senza uscita, non ho altra scelta se non quella di farla finita». Poco dopo ingerisce la morfina che ha con sé e muore. È la sera del 26 settembre. Quella stessa notte arriva il consenso all’ingresso in Spagna.
Portbou a lungo è stato solo un punto dove la disperazione di alcuni suoi amici (Adorno, Hannah Arendt, Gershom Scholem) ha provato a misurarsi con la combinazione assurda di caso, di condizionamento della storia e profilo della personalità.

Che cosa ci affascina, dopo lungo silenzio, nella scena di Portbou, una delle tante “Termopili del XX secolo” dove sono caduti vittime della barbarie combattenti solitari?
Portbou, oltre l’attimo di disperazione, sarebbe… il segno di ciò che l’Europa poteva essere, della sua capacità di essere se non fosse incorsa in quella parentesi dei totalitarismi.

La scena di Portbou chiama altre scene. Sono quelle degli “uomini in fuga “ del nostro tempo su cui nel 1994 invita a riflettere Dani Karavan illustrando il senso del Memoriale Benjamin a Portbou.
«Mi è difficile pensare – affermava Karavan – di rappresentare la violenza attraverso la violenza. Nessun mezzo artistico può pensare di rivaleggiare con la spaventosa realtà di quell’epoca. (…)» (Memoria di un passaggio. Intervista a Dani Karavan di Ingrid e Konrad Scheurmann, in Fine terra, a cura di Carlo Saletti Ombre corte, Verona 2010, p. 76).
… quel suo ultimo manoscritto e che opportunamente Dani Karavan ha messo come esergo sulla lastra che fa da barriera al Memoriale Benjamin a Portbou. «È più difficile onorare la memoria dei senza nome che non quella degli uomini famosi e celebrati, ivi compresi i poeti e i pensatori. Alla memoria dei senza nome è consacrata la costruzione storica», (Walter Benjamin, Sul concetto di storia, Einaudi, Torino 1997, p. 77).

Da un articolo di David Bidussa su linkiesta.it, 210


[…]
… il tempo presente è per Benjamin l’«enciclopedia magica» in cui si attua una corrispondenza tra il passato e il futuro, tra la «pre-storia» e la «post-storia». Nella diciottesima delle sue Tesi di filosofia della storia leggiamo: “il tempo-ora, che, come modello del tempo messianico, riassume in una grandiosa abbreviazione la storia dell’intera umanità, coincide esattamente con la parte che la storia dell’umanità occupa nell’universo”.

Georg Simmel


Nel 1912 Benjamin seguì a Berlino alla Friedrich-Willhelms Universität le lezioni di Georg Simmel che ebbe negli stessi anni come allievi Ernst Bloch, György Lukács e Herbert Marcuse. Un magistero che legava in modo sorprendentemente originale l’epistemologia alla sociologia e alla storia dell’arte e che lascerà tracce durevoli tanto in Benjamin quanto nei suoi compagni di studio.
[…]
… la vocazione antisistematica del pensiero filosofico che Benjamin ricavò dal confronto con i romantici del circolo di Jena trovava in Simmel una decisiva applicazione alla Modernità del primo Novecento. Come ha osservato Adorno in quel capolavoro critico che è la sua Introduzione alle Schriften di Benjamin in due volumi pubblicati nel 1955: “A Simmel, l’antisistematico, è affine il suo sforzo di condurre la filosofia fuori dal «deserto di ghiaccio dell’astrazione» e immettere il pensiero in concrete immagini storiche”[2].

L’altro grande polo formativo fu il confronto nei primi anni Venti con la cerchia di Max Weber a Heidelberg, animata dalla vedova Marianne e dal fratello minore Alfred, un’esperienza anch’essa condivisa con Bloch e Lukács e dalla quale Benjamin ricavò l’importante testo del 1921, rimasto allo stadio di frammento, Il capitalismo come religione, che si fondava sulla tesi weberiana del nesso tra protestantesimo e capitalismo.

La casa di Max Weber


Come ha osservato a ragione Adorno, Benjamin ha la capacità baudelairiana di trasformare gli oggetti del quotidiano in allegorie, conferendo ad essi, tuttavia, non la fissità di archetipi invarianti alla maniera di Jung ma la costitutiva mobilità della storia: “Eterno in esse è unicamente il transeunte”[3].
[…] L’idea stessa di maturità postuma dell’opera elaborata da Benjamin, ad esempio nel saggio su Il compito del traduttore, presentava notevoli affinità con l’idea warburghiana della sopravvivenza dell’Antico.


NOTE
[1] Fra le biografie più recenti e di maggiore peso ricordo quella di Momme Brodersen pubblicata da Suhrkamp nel 2005 e quella di Jean-Michel Palmier, Walter Benjamin, Les Belles Lettres, 2010. In Italia Einaudi aveva già pubblicato nel 2001 l’ottimo Walter Benjamin. Il figlio della felicità di Giulio Schiavoni. Assai documentato e interessante è anche I Benjamin. Una famiglia tedesca di Uwe-Karsten Heye.
[2] T. Adorno, Note per la letteratura. 1961-1968, Einaudi 1979, p. 247.
[3] ibid. p. 251.

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