
“Perle rare”, alla Galleria San Fedele di Milano fino al 20 novembre. Riflessi in una perla, i volti delle persona amate da Bruna Esposito.
da un articolo di Manuela Gandini
Artribune, 16 ottobre 2019
Immagini: Alto Piano
È notte fonda. Sulla scrivania fogli, disegni, appunti, post-it.
Un filo di fumo traccia una linea che dal posacenere si leva al soffitto. L’unica luce che taglia il buio è il cono della lampada da tavolo.
Le notti insonni, sveglia a lavorare, si sono susseguite a ritmo serrato. Ma è solo in quel momento, quell’unico momento, che Bruna Esposito (Roma, 1960) ha l’intuizione.
L’epifania che la folgora è un riflesso nato dalla profondità del quotidiano. Da una ciotolina piena di cianfrusaglie affiora la perla di un orecchino spaiato. L’artista vede se stessa riflessa ma non si riconosce.
Ho pensato a un miraggio. Ho preso la lente, ho riguardato con attenzione e mi sono accorta che ero proprio io riflessa nella perla, così ho detto ‘ecco è questo che cercavo’. In quel momento ho avvertito una grande serenità.

È il 2004, Esposito è invitata alla Biennale di Gwangju, in Corea del Sud. Il titolo della rassegna è A grain of dust – a drop of water, un granello di polvere – una goccia d’acqua.
Dal momento dell’invito, la polvere diventa il suo pensiero fisso. Ma lo è ancor di più la perla, perché un granello di polvere che penetra in una conchiglia, come corpo estraneo, viene immediatamente isolato dal mollusco e reso inoffensivo attraverso una stratificazione di madreperla autoprodotta.
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