
Mayor of Kingstown è una serie tv di alta qualità, e per stomaci forti, di Taylor Sheridan e Hugh Dillon. Protagonista Jeremy Renner (7 nomination agli Oscar, di cui una per il migliore attore protagonista in The Hurt Locker).
da fonti varie (vedi fine post)
assemblate ed editate
Premessa: la prima parte, quella principale del post, è il risultato dell’accorpamento di una miscellanea di recensioni e commenti; la seconda è dedicata al regista, al co-creatore e al commento di uno degli attori alla “recensione” positiva di Stephen King; alla fine, qualche riga sul protagonista, che è anche musicista (ho già pubblicato il suo brano The Medicine).
È uno di quei titoli arrivati abbastanza in sordina, nonostante l’altissima qualità: uno dei migliori crime thriller degli ultimi tempi. È innegabile, infatti, che gli ultimi tre, quattro anni, anche la serialità ha risentito di una specie di crisi di idee, e quindi Mayor of Kingstown può essere considerato una sorta di esempio rinascimentale.
Prodotta da MTV Entertainment e disponibile su Paramount+, la serie è stata letteralmente costruita da due fuoriclasse: Taylor Sheridan (che firma la regia del pilot) e dall’attore Hugh Dillon, che debutta come showrunner e ha una parte rilevante nella serie. Non solo, nella schiera dei produttori esecutivi ci sono anche due esperti di genere: Antoine Fuqua e Bob Yari. Se l’assetto creativo funziona, facendoci immergere in un’atmosfera densa e torbida, in cui si mischiano il giusto e lo sbagliato, il caos e l’ordine, funziona straordinariamente bene l’ambiguo protagonista.


Jeremy Renner interpreta Mike McLusky che, come si vede nel folgorante episodio iniziale, diventa “sindaco” dopo la morte di suo fratello Mitch (Kyle Chandler). Pur non detenendo alcun titolo ufficiale, è talmente ammanicato che diventa l’ago della bilancia per i problemi tra gli agenti, le guardie carcerarie e i criminali e chiunque altro: un ruolo delicato che ben presto farà emergere le sue contraddizioni, compreso un oscuro passato trascorso proprio in carcere.
Attore raffinato ma fisico, Jeremy Renner tiene sulle spalle l’intero racconto, cercando di controllare le fragili redini che legano il mondo criminale e quello poliziesco, gestendo l’equilibrio che mantiene in stato di pace il carcere maschile e il carcere femminile di Kingstown, un’immaginaria cittadina del Michigan che si rifà a Kingston, città dell’Ontario in cui è cresciuto il co-creatore Hugh Dillon.
Una schiera di figure al limite degli archetipi western, che includono il terzo fratello McLusky, ovvero il metodico detective Kyle (Taylor Handley), poi Deverin Bunny Washington (Tobi Bamtefa), ozioso leader di una gang, Ian Ferguson (Hugh Dillon), risoluto detective, e il super criminale russo Milo Sunter (Aidan Gillen) che, da dietro le sbarre, tenta di incastrare Mike tramite un gioco pericoloso e violento che coinvolge la giovane e impaurita escort Iris da salvare (Emma Laird), creando la combo perfetta per il sopraggiungere della tempesta.



Al netto dei molti personaggi e del complesso script, la trama di Mayor of Kingstown non scricchiola mai, e anzi tiene altissimo il ritmo per tutte le puntate, e non è facile quando i temi in questione meriterebbero svariate digressioni. Tre stagioni da 10 episodi ciascuna, ma la sceneggiatura marmorea, unita a uno scenario urbano, rendono la serie perfetta sia per il binge-watching [io ho infatti letteralmente divorato, una dopo l’altra, le tre stagioni, NdFA], sia per una degustazione più rilassata.
C’è il dramma potente che sottende ogni interazione e ogni storyline. C’è la famiglia che tutto lega e tutto condanna. C’è l’amore in forme completamente ribaltate ma sempre preponderante. Ci sono l’intolleranza razziale, la giustizia sociale e la giustizia privata, la precarietà politica che si riversa sugli ultimi, rendendo le carceri dei pollai in cui restano solo dei galli lottatori in perenne guerra. C’è un protagonista che più tormentato non si può, un uomo che fa da mediatore tra il “dentro” e il “fuori”, tra il complesso sistema carcerario e la comunità locale.

Non è solo il racconto di una città, di una famiglia, di un gruppo di persone, di una ristretta cerchia, ma una storia per chi ama i drammi ambientati nell’America profonda, di destini che si scontrano violentemente ed inesorabilmente sulla via della rabbia sociale, del potere e della repressione.
È un prison drama atipico, che alterna il “dentro” e il “fuori” in una messa in scena che non scorda mai il senso spettacolare e squisitamente narrativo, dove l’ambientazione negli spazi chiusi e delimitati dell’istituzione carceraria è solo una parte dell’intreccio, che vive anche negli uffici del potere della città e nel suo sottobosco criminale, in una stratificazione di livelli e registri che ne fanno un thriller completo.

Miriam
I McClusky dominano sulla città (e su di loro svetta la figura della madre Miriam, Dianne Wiest, una professoressa che lavora come volontaria nella prigione femminile) attraverso una rete rete fatta di poliziotti, guardiani, agenti ed informatori, e sono i garanti di questo assurdo sistema che pure sembra dare da anni i suoi frutti.
A Kingstown, l’industria della carcerazione è l’unica economia fiorente e il “sindaco” è la persona più potente della città, mediatore tra il complesso sistema carcerario e la comunità locale.
Affrontando temi di razzismo sistemico, corruzione e disuguaglianza, la serie offre uno sguardo crudo sul loro tentativo di portare ordine e giustizia a una città che non ne ha neanche un po’.
Un confine urbano per una concezione che si riversa sul profilo di Mike, fuorilegge dall’etica pragmatica ed energica (il classico antieroe dal cuore buono), che trova gli unici barlumi di bontà in un orso che ogni tanto gli fa visita nella sua casa nel bosco. Una casa lontana da tutto e da tutti, distante dal trambusto criminale e famigliare, dove non c’è neanche “campo” per il cellulare, che pure è parte integrante della sua vita.

Questa città è un’azienda e il business è la carcerazione. Sette prigioni in un raggio di 16 chilometri, ventimila anime perdute, senza speranza e senza futuro.
Citazione dalla serie
L’ineluttabilità è il filo rosso che unisce uomini, donne e storyline di Mayor of Kingstown, dove Mike McLusky è il protagonista di una storia di sangue, morte, destini che si incrociano, criminali da strapazzo, grandi menti criminali, uomini di legge, uomini di giustizia, figli, madri e galeotti.
È lui il focal point di una serie di dinamiche incontrollabili e fuori dagli schemi che si articolano intorno alla cittadina americana che ospita un penitenziario enorme dove albergano migliaia di detenuti appartenenti alle gang più disparate, dagli “hitleriani” agli irlandesi, passando per le gang di strada a quelle dei “black” (Crip) fino ad arrivare a quella dei messicani e infine ai “nuovi” russi che usurpano il posto di Milo.
Ma la gang più folta è quella dei guardiani, dei poliziotti, dei “celerini” che, coadiuvati dal “sindaco”, coordinano e gestiscono la vita dentro e fuori dal penitenziario, cercando di garantire un precario equilibrio nel tentativo di arginare la violenza che invade le strade di Kingstown.

In questa geografia umana non da poco, che diventa una coesa e coerente sceneggiatura, i conflitti interiori diventano pura dinamite in funzione di quello storytelling seriale ormai sovrapponibile a quello cinematografico.
Parliamo di una sintonia e un’armonia impossibile, visti i personaggi e la posta in gioco.
Assassini, stupratori, corruttori, stragisti che si affidano ai loro vigilanti, ai loro carcerieri per poter sopravvivere all’interno della prigione ed al tempo stesso garantire che gli affari continuino a vivere al di fuori delle mura del carcere.




Taylor Sheridan, autore di nicchia, in Mayor of Kingstown destruttura il suo caro western – fatto di paesaggi e nuvole basse – attraverso il cemento, l’acciaio, gli uffici, i night club, le automobili e, naturalmente, gli spazi chiusi.
Il regista sta diventando, a poco a poco, uno degli uomini di punta dell’entertainment mondiale. Dopo il successo di critica di qualche anno fa, arrivato con il film Hell or High Water (che gli valse anche delle nomination agli Oscar), Sheridan non si è più fermato, dedicandosi principalmente alla serialità.
Lo abbiamo prima visto cimentarsi nel Western di Netflix dal titolo Godless, con Jeff Daniels e un cast di primo ordine, poi è arrivata la collaborazione portentosa con Kevin Costner in Yellowstone, poi il suo sequel 1883 e, immediatamente prima, questo clamoroso Mayor of Kingstown.
Ha inoltre firmato le sceneggiature della trilogia della frontiera americana costituita da Sicario di Denis Villeneuve (2015), Hell or High Water di David Mackenzie (2016) e I segreti di Wind River dello stesso Sheridan (2017).
Taylor Sheridan era uno dei tanti autori che circondavano Kurt Sutter nell’epopea shakesperiana polverosa e rumorosa che è stata Sons Of Anarchy. Si forma lì ed è naturale immaginare che la sua passione per il western e la sua accademia Sutteriana lo abbiano portato ad un approdo naturale come Mayor of Kingstown.

Hugh Dillon (il Detective Ian Ferguson), co-creatore della serie, da un’intervista raccontata da movieplayer.it:
Taylor Sheridan è stato il mio insegnate di recitazione. Per anni abbiamo pensato a questo mondo. Vengo da Kingston, Ontario, dove c’erano nove carceri, poi abbiamo parlato del suo periodo in Texas”, spiega Dillon “Abbiamo costruito quel mondo, parlandone incessantemente. Mettendoci in gioco. Considerando i dettagli. Un progetto di passione. Era una cosa che volevo fare, fin da quando avevo diciotto anni. Taylor era curioso, ancora prima di diventare quello che conosciamo. Aveva già il dono di guardare mondi e sceneggiature. Ha un modo affascinante di guardare il mondo. E ha cambiato la mia vita, gli sono grato.
[Jeremy Renner] È una persona perspicace, capisce la storia, il personaggio. Ama questo mondo e la passione traspare.
Beh, c’è bellezza nella bruttezza. E nella bruttezza c’è umanità e tragedia. È sempre stato d’interesse per il pubblico. Non si riesce a distogliere lo sguardo. Il sistema della droga, del crimine, dell’oscurità. Non sono cose comuni, è un altro modo di vedere la vita.


Taylor Handley, star di Mayor of Kingstown che interpreta Kyle, il fratello minore di Mike, ha rivelato la sua reazione emotiva alla lusinghiera recensione di Stephen King sulla terza stagione, spiegando la sua reazione iniziale e quella degli altri di fronte ai complimenti.
In un’intervista a Screen Rant, Handley ha rivelato la sua reazione emotiva quando ha sentito per la prima volta King elogiare la serie. L’attore ha spiegato quanto fosse importante quel momento per lui e per gli altri coinvolti nella produzione dello show, incluso il co-creatore e showrunner Hugh Dillon. Ecco cosa ha detto Handley sulla recensione di King:
È stato un vero punto di forza per lo show. Assolutamente. È stato fantastico. Stavo parlando con Hugh [Dillon, che nella serie interpreta il Detective Ian Ferguson] e ridevamo e eravamo così eccitati perché, come hai detto, lui è uno dei più grandi autori di tutti i tempi. E quindi il fatto che sia venuto fuori a supportare lo show, ad amarlo e a twittare tutto su di esso, è stato davvero divertente.

Jeremy Renner è anche un cantautore, chitarrista, tastierista e batterista. All’inizio della sua carriera di attore, si è esibito in un gruppo musicale chiamato Sons of Ben. Ha interpretato canzoni in diverse colonne sonore di film in cui ha recitato (I Drink Alone per North Country – Storia di Josey, American Pie per Love Comes to the Executioner e Good Ole Rebel per L’assassinio di Jesse James per mano del codardo Robert Ford. A marzo 2020 ha pubblicato un primo extended play intitolato The Medicine.
Da Wikipedia
Ho sempre pensato che la musica sia una delle poche cose che unisce le persone in modo puro. L’armonia può essere difficile da trovare nel mondo, oggi, ma la musica è rimasta una costante per me. Sentire profondamente, ballare con passione e vivere insieme è ora più che mai importante.
da justjared.com (libera traduzione mia)

Fonti: serial.everyeye.it, asiaticafilmmediale.it, hallofseries.com, movieplayer.it, serialfiller.org, iodonna.it per la recensione di Aldo Grasso.
[la serie, che come è stato scritto è partita in sordina, un po’ in sordina è rimasta, come ho potuto constatare dalla scarsità di recensioni autorevoli; mancavano all’appello diversi siti che consulto solitamente, ma avendo scorso diverse pagine di Google penso che si siano lasciati sfuggire l’occasione, cosa che non è successa all’estero, soprattutto nel mondo anglosassone, ma il materiale era tanto e avrei dovuto tradurlo, NdFA]

Grazie!
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Sempre bello è come lo hai raccontato 😊
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Modestamente… Però, come avrai letto, ho messo insieme un gruppetto di recensioni di altri, poi ho provveduto a tagliare, cambiare, aggiungere, assemblare
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Sì, infatti io sono una drogata 😀
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Raccontata così bene da te, di sicuro la vedrò. Mi ha incuriosita. Grazie.
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Le serie ti costringono a seguirle e io per principio non voglio dipendere da nulla.
Mi è capitato con figlia di seguirne qualcuna si diventa dipendenti
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Infatti!
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È vero, bei tempi!!! Andrea Giordana (io non avevo la tv perciò l’ho visto solo a teatro) mi piaceva moltissimo. Non sapevo che ci fosse Jeremy Irons, anche lui mi piace molto e penso che la parte sia giusta per lui!
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A me è piaciuta, sarà che amo alla follia la storia. Ne ho visto tantissime trasposizioni cinematografiche e televisive, questa è abbastanza fedele, sia pure con qualche taglio e modifica. Mi sono goduta Jeremy Irons nei panni dell’abate Farìa e poi la parte della vendetta, che come sempre è la migliore. Il protagonista è bravo, ma non comunica molte emozioni, un po’ freddo. Comunque nel complesso meglio di molte altre. Non ai livelli di quella di Andrea Giordana, che ho trovato in DVD, dopo averne visto qualche pezzettino nelle teche Rai. Una volta facevano cose incredibili, con una professionalità che oggi ce la sognamo.
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No, ma non ne parlano bene… Tu che ne pensi?
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A proposito di serie, hai visto Montecristo sulla Rai, appena finita l’altro ieri?
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Uhh, mi interessa. Me la segno.
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Vale per molti attori, e non credo sia solo un problema di “parte giusta”. Ho visto gente recitare da schifo e, in altri film erano bravissimi, quindi credo che molto dipenda dal regista 🙂
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Non è il genere di serie che seguo, ma visto che ne parli così bene, ci darò un’occhiata. Magari Renner ha trovato il personaggio giusto per lui. Un po’ come Keanu Reeves, che non è un grande attore, ma se trova il personaggio giusto, riesce bene.
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Perché per principio? Sono curiosa 🙂
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Non guardo più serie per principio
Vedo che ti è piaciuta molto
Buona giornata
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A me è piaciuta molto, e di solito parlo qui solo delle serie che considero belle. Non so se potrai inciamparci: è su Amazon Prime/Paramount + 🙂
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Mi hai incuriosita. Guardo poco la TV, ma se dovessi inciampare nella serie la guarderò.
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