Julio Cortázar

Con brani tratti da un saggio della traduttrice.
Rimpiango la Croce del Sud
quando la sete mi fa alzare la testa
per bere il tuo vino nero mezzanotte.
E rimpiango gli angoli con i magazzini sonnolenti
dove il profumo dell’erba trema nella pelle dell’aria.
Capire che tutto questo è sempre lì
come una tasca dove di continuo
la mano cerca una moneta il temperino il pettine
la mano instancabile di una oscura memoria
che riconta i suoi morti.
La Croce del Sud il mate amaro.
E le voci di amici
che parlano con altri.
da Il giro del giorno in ottanta mondi, 2006
(Traduzione di Eleonora Mogavero*)
Immagine: Mario Schifano, Senza titolo, primi anni ’70.

Il giro del giorno in ottanta mondi
* da un saggio di Eleonora Mogavero
da N.d.T. – La nota del traduttore
Questi libri non vogliono essere un’opera, non hanno la volontà di totalizzazione propria di un’opera. Sono un insieme di testi indipendenti. Nascono un po’ dalla nostalgia per quegli almanacchi della mia infanzia che leggevano i contadini e in cui c’è di tutto, dalla medicina popolare alla puericultura, dai consigli per piantare le carote alle poesie. L’unica unità possibile risiede nella scrittura, proviene dal fatto che tutti i testi sono stati scritti da me. Mi piacciono particolarmente perché vanno contro la nozione di genere, ormai piuttosto indebolita, ma ancora in grado di fare stragi. Critici e lettori si sentono tuttora a disagio quando non riescono a classificare un’opera.
Così si esprimeva Julio Cortázar a proposito del Giro del giorno in ottanta mondi (1967), e dei successivi Último round (1969) e Territorios (1978), costruiti sul modello degli almanacchi popolari, diffusissimi in Argentina all’epoca della sua infanzia.
Sono volumi che comprendono versi, racconti, riflessioni e immagini che non solo hanno la funzione di illustrare il testo ma ne moltiplicano i significati, suggerendo libere associazioni di idee e percorsi di lettura alternativi.
Nel rivelare la formazione universale di Cortázar, Il giro del giorno in ottanta mondi può essere considerato una enciclopedia personale che racchiude riflessioni su vari aspetti della sua esistenza: la letteratura, il jazz, la posizione politica, la creazione poetica, le letture e gli autori preferiti, il senso dell’umorismo, le passioni: Parigi, il pugilato, i gatti…
I mondi attraverso cui Cortázar ci conduce sono luoghi di incontro con altri esseri che condividono i suoi stessi principi di libertà creatrice.
Dopo una dichiarazione di intenti iniziale, si stabilisce il dialogo con personaggi di ogni settore del mondo artistico: musicisti come Lester Young, Charlie Parker, Clifford Brown, Louis Armstrong, Thelonius Monk, Carlos Gardel; artisti innovatori quali Man Ray, Julio Silva, Marcel Duchamp; poeti e scrittori da Mallarmé a Lezama Lima, ecc.
Le evocazioni sono così tante da fargli segnalare: “Avrete notato che le citazioni piovono […] Negli ottanta mondi del mio giro del giorno ci sono porti, alberghi e letti…, e poi citare è citarsi […]”.
Cortázar, che aveva cominciato giovanissimo a scrivere poesie, da lui definite “terribili per il contenuto ma perfette quanto a ritmo e rima“, ricorda che il passaggio alla prosa avvenne con difficoltà, fino a quando non raggiunse un certo dominio formale e scoprì che la prosa possiede un ritmo proprio. Ricorda anche il grande aiuto che gli venne dalla sua esperienza di traduttore:
La traduzione mi affascina come lavoro paraletterario o letterario di secondo grado. Quando si traduce, vale a dire, quando non si ha la responsabilità del contenuto dell’originale, il problema non sono le idee perché quelle le ha già messe l’autore; basta trasferirle e a quel punto i valori formali e quelli ritmici che si sentono pulsare nell’originale passano in primo piano.
Cortázar, che rifiuta l’idea della “bella pagina” intesa come unico mezzo espressivo concesso allo scrittore, ricorre spesso a una lingua colloquiale, rifuggendo da ogni ampollosità e tenendo presente che il colloquio avviene fra uno scrittore colto e intellettuale come pochi altri e un lettore complice e mai passivo.
In mezzo a tante trasgressioni linguistiche, mi sono sentita costantemente in bilico fra la tentazione di “chiarire”, con il rischio di un appiattimento del testo, e quella di una eccessiva aderenza all’originale che avrebbe potuto nuocere alla resa del ritmo o di quell’altro fondamentale tratto cortazariano che è il senso dell’umorismo.

Post interessante. Bella serata
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Ah, bè, non si capiva. Che non si veda nei blog non mi stupisce affatto! 🙂
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Il commento era favorevole. Le sue opere si vedono di rado nei blog
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Non so se sia un “insulto” o una diminutio, ma il commento, insomma, ehm… 😀
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Mi soffermo sul quadro di schifano. Ricorda la serie dei paesaggi anemici. Una sua riproduzione la vedrei bene in casa
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Molto bella!!!
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